l diritto di contare è un film coinvolgente che racconta la storia di tre donne afroamericane – Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson, capaci di sostenersi a vicenda e di lottare contro discriminazioni di genere e razza in un periodo storico ostile.
La narrazione mostra come la scienza possa diventare un potente strumento di emancipazione e come logica e matematica siano linguaggi universali, privi di colore e di genere.
Il film mette in luce quanto i pregiudizi possano limitare il talento: nonostante il ruolo fondamentale delle protagoniste nelle missioni NASA, esse vengono spesso sottovalutate.
Nei primi anni Sessanta, infatti, sessismo e segregazione razziale erano parte integrante della vita quotidiana. Inoltre, come se non bastasse, le nostre tre protagoniste lottano per dimostrare il loro valore in un periodo difficile non soltanto per loro, ma anche per l’agenzia spaziale, sottoposta a pressione estrema allo scopo di velocizzare il programma di invio di un astronauta in orbita. Nel film la principale protagonista è Katherine G. Johnson, interpretata magistralmente da una carismatica Taraji P. Henson. Katherine è un prodigio della matematica che, grazie alle sue capacità eccezionali, viene assegnata alla squadra che ha il compito di calcolare le coordinate di lancio e la traiettoria di un razzo Atlas.
Come è facile intuire, trovandosi in un ambiente prettamente maschile, ed essendo non solo donna ma anche di colore, Katherine non riceve una bella accoglienza. Al contrario, si trova a dover affrontare continue umiliazioni: i colleghi si allontanano da lei non appena fa il minimo tentativo di avvicinarsi, se desidera prendere un caffè le fanno trovare caffettiere apposite, il bagno che le è permesso adoperare è collocato in un edificio a quasi un chilometro di distanza dall’ufficio… Insomma, pur cercando di mantenere la sua dignità e, soprattutto, di svolgere al meglio il proprio lavoro, Katherine deve far fronte a una serie di pregiudizi che non solo non facilitano la comunicazione all’interno del suo team, ma che la portano a essere trattata con sufficienza e poco rispetto.
Il film ci mostra come anche le sue amiche Dorothy e Mary non se la passino meglio. Dorothy, nonostante le sue capacità e il suo essere brillante, non riesce a ottenere la tanto desiderata promozione, mentre Mary, che vorrebbe proseguire la sua istruzione iscrivendosi a corsi di livello universitario, non può farlo in quanto, secondo le leggi vigenti all’epoca, questi sono destinati esclusivamente ai bianchi.
Inutile dire che nessuna di queste tre donne, nonostante gli ostacoli, si perde d’animo. Ognuna è consapevole della posta in gioco, non solo a livello di carriera personale, ma sanno che un loro eventuale successo potrebbe essere di esempio per altre donne e fornire uno stimolo a superare barriere razziali e non. Per questo, non smettono di combattere per raggiungere un equilibrio, per realizzare i loro sogni e, soprattutto, per dimostrare il loro talento. Così, piano piano, Katherine si guadagna il rispetto dei suoi colleghi (salvo qualche eccezione) e, grazie alla sua abilità nel risolvere anche le equazioni più complesse, arriva a impressionare anche il suo capo Al Harrison. In una scena particolarmente d’effetto, vediamo il personaggio di Kevin Costner che, scoperta la ragione delle lunghe assenze di Katherine, costretta ogni volta a percorrere un chilometro per raggiungere il bagno a lei riservato e un altro per rientrare in ufficio, rimuove con una certa violenza il cartello che le vietava l’uso di quello assegnato ai bianchi, mostrandosi decisamente più interessato al buon esito della missione spaziale che alle leggi segregazioniste.
I fatti gli daranno ragione, dato che Katherine, grazie ai suoi calcoli per i rientri delle capsule spaziali, si mostrerà fondamentale per la missione, e la sua importanza all’interno del programma verrà finalmente riconosciuta. Anche Dorothy, una volta compreso che l’arrivo dei nuovi calcolatori automatici avrebbe portato al licenziamento di molte delle donne adibite ai calcoli, decide di non farsi trovare impreparata e studia un modo per rendersi indispensabile. Si informa sulla programmazione di questi computer mastodontici, sottrae un libro alla biblioteca, azione necessaria visto che il locale era riservato ai bianchi, studia e fa pratica quasi di nascosto. Arriva a essere talmente brava e capace da poter addestrare altre donne della sua unità sui processi di programmazione, ottenendo così non solo l’ambita promozione personale, ma anche un successo importante per le sue sottoposte.
Mary, dal canto suo, non ha nessuna intenzione di rinunciare al sogno di diventare ingegnere, ottiene quindi da un giudice il permesso per assistere alle lezioni serali di un liceo frequentato esclusivamente da uomini bianchi. Così facendo, le sarà possibile ottenere la specializzazione. Il ritratto che ne viene fatto esalta i loro caratteri diversi, mostrandone nello stesso tempo i punti in comune. Katherine, Dorothy e Mary sono tre donne geniali e determinate, condividono da una parte la voglia di realizzare le proprie ambizioni, dall’altra il desiderio di condurre una vita normale che le porti non necessariamente sotto i riflettori, ma che permetta loro di essere accettate da una so
Il titolo inglese Hidden Figures gioca su un doppio significato: allude sia ai complessi calcoli matematici necessari ai programmi spaziali, sia alla condizione “nascosta” di queste donne, autentiche calcolatrici umane che, pur essendo i predecessori dei moderni computer, erano confinate in aree separate e invisibili. Il titolo richiama così alla loro lunga e faticosa lotta per emergere e ottenere il riconoscimento che meritavano.
Sofia Dispenza
Alessia Pecoraro
Eleonora Achille
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