Natale Sangiorgi è il secondo classificato del concorso “Sicilia, cornice di senso”

Gli studenti del secondo biennio del Liceo Classico di Valledolmo, sezione associata dell’IISS Lercara Friddi, hanno preso parte alla X edizione del concorso letterario “Sicilia, cornice di senso”, promosso dal Liceo “Ruggero Settimo” di Caltanissetta, una competizione di rilievo nazionale giunta alla sua decima edizione, con oltre 250 racconti partecipanti. Grande risultato per Natale Antonio Sangiorgi, frequentante la classe IV F, che ha ottenuto il secondo posto con una toccante riflessione sui legami familiari e sulle radici. Durante la cerimonia, che si è svolta al Teatro Margherita il 18 Aprile 2026, è stata, inoltre, assegnata una menzione speciale allo studente Calogero Vallone, della classe III F, per un elaborato ricco di valori autentici. Il concorso, presieduto dallo scrittore Gaetano Savatteri, ha visto una rigorosa selezione anonima dei finalisti, a conferma dell’alto livello della competizione. Di seguito, riportiamo il racconto del secondo classificato.

Caro nonno, ne è passato di tempo!Oggi, sono finalmente tornato in Sicilia dopo quasi un anno di assenza, non per scelta mia, ma per impegni che mi hanno tenuto occupata sia la mente che l’animo. Era mezzogiorno, il Sole batteva forte, il cielo era limpido, privo di qualsiasi nuvola. L’aria non era cambiata per nulla, sempre pura, composta per un buon 60% di azoto e un 40% dell’odore delle arancine, che la signora Nina era solita preparare nella casa di fronte alla mia. Da bambino, pensavo che più che una casa, questa fosse un ristorante di lusso, non per persone ricche, ma buone. Sono sicuro che tutti questi dettagli già tu li conosca, perché sei stato il primo ad avermici portato. Tu e la signora Nina eravate come fratelli, d’altronde siete cresciuti insieme. Oltrepassata la soglia della porta, ho lasciato tutto alle mie spalle, nonostante davanti non avessi nient’altro che il lungo corridoio che, negli ultimi tempi, percorrevi a fatica. Non ti dirò ciò che ho mangiato, sia perché ti annoieresti, sia perché so bene che tu non hai mangiato mai altro, che non fosse la pasta con la salsa preparata dalla nonna, e dunque non ti piacerebbe. Non ti annoiavi mai, soprattutto con quel nipotino che ti girava intorno come una trottola. Affaticato dal cibo, sono andato nella mia stanza per riposare. Ho camminato con passo lento, per la stanchezza mi dicevo, anche se, ne ero consapevole, lo facevo per godermi ogni movimento e ammirare i famosi quadri di Gauguin, che a te piacevano tanto. Tuttavia, qualcosa ha scosso la mia tranquillità: nella fase di sonno-veglia non si comprende bene cosa sia il sogno e cosa la realtà. Ho sentito un rumore, tanto flebile da non farmi sobbalzare, quanto forte per farmi aprire gli occhi. Era caduta sul colorato pavimento una foto, scattata qualche anno prima, di nascosto, da me. La caduta, per quanto lieve, aveva rotto il vetro che rinchiudeva la foto. Inevitabilmente, ho ripensato a quel giorno di qualche anno fa. Penso ti ricorderai benissimo com’era la foto, anche perché l’hai incorniciata sin da subito. Stavi scendendo al bar, per incontrarti con quei soliti vecchi amici, per l’importante partita a briscola; avevamo da poco finito di mangiare, avevi preso il bastone e, con la scusa che ti servisse perché il cibo della nonna era pesante, eri sceso. Infatti, dicevi in continuazione che non ne avevi bisogno, perché eri un “ferro”, e non accettavi che lo stesso ferro ti stesse corrodendo. Penso sia questo il motivo per cui non volevi che scendessi con te, per non farti vedere in difficoltà mentre percorrevi quella strada ripida che, come mi raccontavi da bambino, eri solito percorrere come una scheggia. Ricordo tutto di quel pomeriggio di luglio, in particolare le sensazioni e, proprio mentre ti scrivo questa lettera, mi sembra di riviverle tutte insieme: la tranquillità del primo pomeriggio, il calore scottante della pietra, la polvere che costeggiava la casa, ormai abbandonata, della zia Tania; il suono opaco del bastone, coperto dalla gomma, che si scontrava con la grigia pietra; percepisco ancora l’odore emanato dalla tua giacca che, in quella foto, si confondeva quasi con il paesaggio, infine, la coppola e i pantaloni eleganti come dicevi tu “Appattati”, simbolo di un’eleganza che sicuramente non ho ereditato. I capelli, ormai canuti, sporgevano dal cappello, e ciò ti rendeva orgoglioso, perché dicevi che questo significava che eri ancora giovane. Indossavi le scarpe nuove, di un colore blu, simile al cielo, che la nonna ti aveva regalato per il tuo compleanno. Quanto ci tenevi alla tua festa, era invitato tutto il paese. Ogni anno eri sempre felice, dissimulando, forse, la malinconia per gli anni che passavano. Come noti, mi sto perdendo in dettagli, che tu già conosci, non lo so perché, forse per non cercare di dimenticare io stesso. Il nascondiglio che avevo usato era perfetto, il muro di pietra viva era costantemente fresco e non soffrivo per nulla il Sole, anche perché, in quella zona, coperta da tetti, non ce n’era la minima presenza. Mi ha fatto sorridere ricordare che non mi hai mai visto, guardavi sempre avanti e, probabilmente, ciò rispecchiava te stesso: non ti voltavi mai indietro, lasciavi il passato alle spalle. Ho sempre ammirato la tua resilienza, perché era molto contagiosa. Mi fa ridere quando definivi la casa di zio Orazio, quella posta dietro il palo della luce, rotto da quando ho memoria, come un “pasticcio”, solo perché per costruirla non ti aveva chiesto aiuto. Mi manca tutto questo, la semplicità, il rumore di un luogo destinato a rimanere silenzioso per sempre. Probabilmente questa lettera serve più a me che a te. Mi manca la Sicilia, l’odore di arancina, le grida della gente, il silenzio del mare, quando è tranquillo, il suo rumore, quando è agitato. La sola certezza che ho e che mi rende felice è che, ovunque andrò, sarò sempre un siciliano.

Ciao nonno!

Natale Antonio Sangiorgi

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