In occasione della giornata mondiale della consapevolezza sull’autolesionismo (o giornata del fiocchetto arancione) dell’uno marzo, noi di Team21 riteniamo necessario parlarvi di questo fenomeno, sempre più diffuso tra i giovani e di cui si parla troppo, troppo poco.
Con autolesionismo si intende l’insieme di quei comportamenti per cui una persona si procura volontariamente del dolore fisico. Esso si manifesta in diverse forme, più o meno gravi e più o meno pericolose per l’individuo: tutte, però, sono ugualmente valide e hanno bisogno di essere attenzionate.
Attorno al tema dell’autolesionismo ci sono numerosi stereotipi, che lo hanno reso un tabù, nonostante circa il 17% degli adolescenti su scala globale lo pratichi.
Una delle credenze più comuni è che si tratti solo di una ricerca d’attenzioni, come se anche in questo caso non fosse un campanello d’allarme, una richiesta d’aiuto per riuscire a comunicare ciò che invece succede dentro.
L’autolesionismo è spesso un modo di far fronte a problemi più grandi, come ansia, depressione, rabbia interiore, scontento verso se stessi, stress ecc; attraverso esso si assopisce il dolore interiore, troppo difficile da sopportare in confronto a quello fisico, che invece dona un sollievo momentaneo.
A volte, invece, è una forma di autopunizione per quando la pressione è troppa, non si riescono a sopportare le aspettative proprie o di altri e si “fallisce”.
Altro luogo comune è che chi si fa del male abbia come scopo il suicidio, ma non c’è cosa più falsa: l’autolesionismo è proprio un modo di sopravvivere, nonostante le battaglie psicologiche che la persona sta combattendo e che minacciano di distruggerla.
A causa di questi e altri pregiudizi, i soggetti affetti si vergognano a parlarne, rimanendo intrappolati in un ciclo continuo di dolore e senso di colpa.
La verità è che l’autolesionismo non è nulla di disgustoso o ingiustificato: si tratta di una dipendenza verso cui tutti possono sentire la spinta, a prescindere dalle condizioni vissute. Tutte le false credenze sull’argomento derivano dal fatto che non se ne parla mai, neppure nelle scuole, dove il fenomeno è più diffuso. Così facendo, chi non capisce le dinamiche del fenomeno dell’autolesionismo continuerà a giudicare, rendendo il percorso per uscirne più difficile a chi soffre.
Smettere di farsi del male è possibile: il percorso è tortuoso, ci sono molte ricadute, ma si può fare.
Parlarne con un professionista è sicuramente decisivo nella guarigione. Esistono anche diversi modi di placare gli impulsi, attraverso per esempio le tecniche di grounding. Invece di farsi del male, si può ricorrere a stimoli alternativi; ad esempio, come suggerito da diversi siti di psicologia:
– Tenere in mano cubetti di ghiaccio fino a quando non si sciolgono, oppure strofinarli sulle braccia e sul collo;
– Mettere le mani sotto l’acqua corrente, alternando acqua molto fredda e molto calda ogni 30 secondi circa;
– Camminare scalzi;
– Fare schioccare un elastico sul polso ripetutamente;
– Disegnare sulla propria pelle con un pennarello o col make-up.
Altro metodo utile può essere il monitoraggio di quando avvengono gli episodi, cosa si fa durante essi, cosa si sente.
Se anche tu soffri per l’autolesionismo, ricorda che non sei solo. Vivere senza autolesionismo è possibile, e anche tu puoi uscirne.


